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giovedì 19 settembre 2019

Andare e tornare


Lc 15, 11-20

Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.


domenica 8 febbraio 2015

Pandemonio



Giobbe parlò e disse:
«L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra
e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?
Come lo schiavo sospira l’ombra
e come il mercenario aspetta il suo salario,
così a me sono toccati mesi d’illusione
e notti di affanno mi sono state assegnate.
Gb 7, 1-4


La prima lettura di questa domenica, dal libro di Giobbe, mi ha fatto venire in mente questa canzone:


traduzione per i non piemontesi:

Pandemonio
in una strada solitaria
un frastuono che somiglia
a un crollo di un parquet
e un carro trainato da due bestie
questo pomeriggio agreste passa lì davanti a me.
Una cicca in bocca corta quasi che si brucia,
lui impreca e si arrabbia per farle camminare.
Quando mi ha visto quasi per chiedermi scusa
ha chinato la testa per salutare.
E io lo guardo e lui pian piano se ne va via
lasciandosi dietro una scia di mosche da letamaio.
E io sto lì seduto su una pietra
gioco con un pugno di ghiaia
faccio finta di centrare un bersaglio.
C’è un’afa, un calore che mi riempie di sudore,
profumo, forse un odore, di grano appena mietuto,
e io andrei a dormire ma non posso
devo andare a voltare il fieno nel campo del mio padrone.
Passa a prendermi, tra un po’ spunta di là,
andiamo nei suoi prati, mi ha preso da manovale,
ma se un giorno, se un giorno sarò padrone anch’io
ti giuro che a quest’ora andrò a dormire.
E queste mosche porche mi danno una noia
sto qui ma non ho voglia nemmeno di respirare,
se il diavolo venisse a prendermi adesso
per me sarebbe lo stesso, mi toglierebbe dal faticare.


lunedì 11 agosto 2014

non è tardi


Es pas tard (Sergio Berardo)

Es pas tard
son encar aicí
nòsti chamins d’un viatge
l’èrba, lhi roieras
per lo boscatge
lhi champs a l’adrech
e lhi muralhets cubèrts
dal braçabòsc

Es pas tard
aura e silenci
a l’ora di colinas
Solelh si peiras
si roïnas
d’aquò n’a pro
per chaminar al fons
de l’après metzjorn

Venarè lo pitac vèrd
nos portarè bonur
balant l’ “assus-ain”
‘mbo lo jal lor anarèn cercar
aval dins la bosquina
lhi chants qu’avem perdut
e lo pastre d’escorbasses
encuei venarè pas
per semenar tempesta
si nòsti sons
nòsti colors
no, l’es pas encar tard
sem lhi reis del jorn

Salharèn
de melodias amagaas
da tuchi lhi caires
passa-carriera di sonaires
banda dal bòsc
desfilarè en volant
una procession

Rampelada
sus lo resson
de pinfres e gargamaschas
per un'aubada
d’imor e ruscha
s’amusarèn
an aquel son
lhi vielhs sants di pilons.


Non è tardi
sono ancora qui
i nostri cammini d’un tempo,
l’erba, i solchi delle ruote,
per il bosco
i campi al sole
e i muretti coperti
dai rampicanti

Non è tardi
vento e silenzio
all’ora delle colline
Sole sulle pietre
sulle frane
ce n’è abbastanza
per camminare al fondo
del pomeriggio

Verrà il picchio verde
ci porterà fortuna
ballando l’ ”assus-ain”
e con la ghiandaia andranno a cercare
giù nel bosco
i canti che abbiamo perduto
e il pastore dei corvi
oggi non verrà
per seminar tempesta
sui nostri suoni
nostri colori
no, non è ancora tardi
siamo i re del giorno

Usciranno
della melodie nascoste
da tutte le parti
parata di suonatori
banda del bosco
sfilerà volando
una processione

Richiamo
sull’eco
di flauti e trombe di scorza
per un alba

di linfa e corteccia
si divertiranno
a quel suono
i vecchi santi dei piloni.

domenica 1 dicembre 2013

Avvento



Mt 24, 37-44

La parola che si staglia su tutte, nel Vangelo di questa prima domenica di Avvento, è: "Vegliate!”. Ci si chiede a volte perché Dio ci nasconde una cosa così importante com'è l'ora della sua venuta, che per ognuno di noi, singolarmente preso, coincide con l'ora della morte. La risposta tradizionale è: "Perché fossimo vigilanti, ritenendo ognuno che il fatto può accadere ai suoi giorni" (s. Efrem il Siro). Ma il motivo principale è che Dio ci conosce; sa quale terribile angoscia sarebbe stata per noi conoscere in anticipo l'ora esatta e assistere al suo lento e inesorabile approssimarsi. L'incertezza dell'ora non deve spingerci a vivere da spensierati, ma da persone vigilanti. Se l'anno liturgico è ai suoi inizi, l'anno civile volge al suo termine. Un'ottima occasione, questa, per dare spazio a una riflessione sapienziale sul senso della nostra esistenza. La stessa natura in autunno ci invita a riflettere sul tempo che passa. Quello che il poeta Giuseppe Ungaretti diceva dei soldati in trincea sul Carso, durante la prima guerra mondiale, vale per tutti gli uomini: "Si sta / come d'autunno / sugli alberi / le foglie". Cioè, in procinto di cadere da un momento all'altro. "Vàssene il tempo - diceva il nostro Dante Alighieri - e l'uom non se n'avvede", il tempo scorre e l'uomo non se ne accorge. Un filosofo antico ha espresso questa fondamentale esperienza con una frase rimasta celebre: panta rei, cioè: tutto scorre. Succede nella vita come sullo schermo televisivo: i programmi si susseguono rapidamente e ognuno cancella il precedente. Lo schermo resta lo stesso, ma le immagini cambiano. Così è di noi: il mondo rimane, ma noi ce ne andiamo uno dopo l'altro. Di tutti i nomi, i volti, le notizie che riempiono i giornali e i telegiornali di oggi - di me, di te, di tutti noi - cosa resterà da qui a qualche anno o decennio? L'uomo non è che "un disegno creato dall'onda sulla spiaggia del mare che l'onda successiva cancella". Vediamo cosa ha da dirci la fede a proposito di questo dato di fatto che tutto passa. "Il mondo passa, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno" (1 Gv 2, 17). C'è dunque qualcuno che non passa, Dio, e c'è un modo per non passare del tutto neanche noi: fare la volontà di Dio, cioè legarsi a Dio, entrare nella sua vita. In questa vita noi siamo come persone su una zattera trasportata dalla corrente di un fiume in piena verso il mare aperto, da cui non c'è ritorno. A un certo punto, la zattera si viene a trovare vicino alla riva. Il naufrago dice: "O ora o mai più!" e spicca il salto sulla terra ferma. Che respiro di sollievo quando sente la roccia sotto i suoi piedi! È la sensazione di chi ha posato il piede sulla roccia che è Cristo. Potremmo ricordare, a conclusione di questa riflessione, le parole che santa Teresa d'Avila ha lasciato come una specie di testamento spirituale: "Niente ti turbi, niente ti spaventi. Tutto passa. Dio solo resta".



Padre Raniero Cantalamessa



martedì 1 novembre 2011

santi

A che serve la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. E' chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro. 
Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri. Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all'assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi. Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipiamo con i voti dell'anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l'aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non è certo disdicevole, perché una tale fame di gloria è tutt'altro che pericolosa.


Vi è un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed è quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come è ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati.
Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo.
Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita è nascosta con lui in Dio. Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostro corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che è lui stesso.
Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomparabile abbia a diventare realtà, ci è necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere.

Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate (Disc. 2)





domenica 24 aprile 2011

pasqua

Gv 20, 1-9


c'è bisogno di vita.

grazie a Colui 
che ce l'ha in sè 
e ce l'ha regalata.




 buona Pasqua