mercoledì 5 giugno 2013

i malati e il medico


Lc 5, 27-39

Gesù vide un pubblicano di nome Levi,

I pubblicani erano gli esattori delle tasse. Ebrei che lavoravano per i Romani (la Palestina era provincia romana) e quindi erano malvisti dai loro conterranei, sia perché al soldo degli invasori, sia perché il lavoro di esattori delle tasse ovunque non è uno dei più amati.

seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.

Una frase molto lapidaria, sbrigativa. Levi viene chiamato e subito segue Gesù lasciando tutto. È difficile valutare se questa frase vuole descrivere quello che davvero è successo (Levi che appena convocato lascia tutto e segue immediatamente Gesù), oppure se vuole sintetizzare qualcosa che ha richiesto più tempo (Gesù che invita Levi a seguirlo, Levi che ci pensa e valuta e poi decide di accogliere la richiesta). In ogni caso anche in questa occasione si sottolinea come una richiesta di Gesù sia tenuta in particolare considerazione.

Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e di altra gente, che erano con loro a tavola.

Che Levi si sia lasciato entusiasmare velocemente dalla richiesta di Gesù può essere colto da quello che succede dopo: Levi non si chiede se il suo lavoro sia in contrasto con quello che Gesù dice, ma per prima cosa lo invita a casa, insieme ad altri pubblicani.

I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».

L’atteggiamento di Gesù è interessante. Non tiene le distanze dai ‘pubblicani e peccatori’, ma nello stesso tempo non fa finta di niente, e neppure giustifica il loro stile di vita. Anzi,  li conferma come peccatori e malati, e dichiara la sua volontà di portarli alla conversione.
È una posizione interessante, perché cambia l’atteggiamento da tenere rispetto alla scelta fatta dai farisei. Loro hanno deciso di tenere le distanze da chi considerano ‘peccatore’. I motivi possono essere diversi, ma non dimentichiamo che i farisei davvero erano persone che volevano mettere in pratica la legge che Dio aveva dato attraverso Mosè. Noi li identifichiamo con gli ipocriti e i ‘cattivi’, ma non lo erano. Piuttosto erano una categoria di persone che aveva scelto di fare della Legge un criterio assoluto, la cui osservanza senza se e senza ma era il fine della loro vita. Gesù non rinnega la Legge, ma la presenta come un mezzo, non un fine da raggiungere.

Gesù gridò a gran voce: “Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell'ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me”.  Gv 12, 44-50

Questo i farisei non erano riusciti a capirlo. Probabilmente anche per un altro motivo: mentre l’osservanza legale e assoluta della Legge è magari difficile da attuare ma è molto chiara e definita (faccio quello che la Legge dice e sono a posto), l’uso della Legge come strumento da adattare al fine che è rapporto dell’uomo con Dio richiede una flessibilità e una continua attenzione che pochissime persone sono in grado di praticare. Il grande rischio è che ciascuno pieghi la Legge (o la ignori, o la infranga) non perché ha saputo vedere il fine ultimo a cui la Legge deve servire, ma semplicemente perché gli conviene.
Questo grande dilemma è molto attuale. Ne possiamo vedere due realizzazioni opposte nell’Islam e nella Chiesa Cattolica. L’Islam è tendenzialmente di stile formalistico: quello che conta è osservare la legge islamica nei suoi particolari. Una volta fatto questo il musulmano è a posto. Non ha bisogno di valutare caso per caso se e come applicare la legge. Basta che la applichi. È una modalità che dà molta sicurezza.
Anche i Testimoni di Geova seguono questa modalità.
Nella Chiesa Cattolica (ma credo che in generale nelle tre confessioni cristiane sia così) la necessità di imitare Gesù porta a diversi atteggiamenti contrapposti. Da un lato in alcuni momenti e per alcune persone la tendenza è quella di essere molto legalistici: bisogna applicare le regole della Chiesa alla lettera. D’altro lato si riconosce che è fondamentale anche adattare le regole alle diverse situazioni, sia di se stessi che di altri, e questo porta a decisioni difficilmente inquadrabili in una casistica legale precisa. Però esasperando questo adattamento delle leggi della Chiesa, spesso di finisce nell’arbitrio totale, dove ciascuno fa quello che preferisce, anche violando le leggi più fondamentali.
La cosa curiosa è che la Chiesa non può imporre le proprie regole in modo drastico, perché sa che leggi e regole sono a servizio dell’uomo, e non viceversa.


Allora gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!». Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno».

Gesù centra il comportamento dei suoi su se stesso, non sul rispetto della Legge. In questo modo mette Dio al centro, come origine della Legge, e non la Legge al centro. Questo è uno dei testi in cui si intravede che Gesù si pone come proveniente da Dio stesso. Se c’è lui i discepoli devono seguire lui prima ancora della Legge. È un cambiamento di prospettiva enorme, che comincia solo ora a porsi. Ma questo genera un grande problema per i farisei: la Legge rischia di venire superata (e in effetti è quello che vuole Gesù), e questo può causare una scivolata verso l’arbitrio più totale. Non credo sia questo che vuole Gesù, ma lui è disposto a correre il rischio, i farisei no. Probabilmente a questi aspetti religiosi per i farisei si sovrappongono anche delle questioni politiche e di potere. In fondo i farisei con il loro compito (legittimo, Gesù non lo contesta mai) di guide del popolo di Israele si trovano in un grande dilemma: mantenere la rigidità delle regole o lasciare a ciascuno la possibilità di essere norma a se stesso guidato dalla Legge di Mosè? I farisei non se la sentono, o non sono capaci, di scegliere questa seconda opzione. Come si vede questo grande dilemma è presente in tutta la storia del cristianesimo, anche oggi. Qual è il compito della Chiesa cattolica? Stabilire delle regole che realizzino il Vangelo, con il rischio di aggiungere altre regole alla Legge, oppure fidarsi delle capacità di discernimento di ciascun cristiano, con il rischio che ognuno si crei una propria ‘legislazione’? Ogni cattolico è in grado di conoscere tutti i risvolti teologici, spirituali, scritturistici delle proprie decisioni? O non corre il rischio di seguire le proprie valutazioni personali, i propri sentimenti, la propria limitata esperienza (o inesperienza) dimenticando degli aspetti fondamentali? Non si corre il rischio di finire nell’anarchia totale?
Qui si apre la grande questione della coscienza, che nella Chiesa è ritenuta sempre come il criterio ultimo nelle proprie valutazioni, anche davanti a Dio. Ma quando la coscienza, la propria valutazione personale, la propria opinione va contro le indicazioni di Gesù stesso che si fa?

Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».

Gesù per ora si limita a sottolineare la necessità di un nuovo modo di valutare le cose. Non nuovo nel senso di diverso e contrastante con la Legge di Dio, ma nuovo nel senso di essere diverso dalla visione farisaica. Però chi cerca il nuovo, il ‘moderno’ ad ogni costo rischia di demolire tutto il precedente. E d’altra parte chi si sente rassicurato dalla vecchia visione non vuole lasciarla. Come risolvere il dilemma?

Nel Gesù di Nazaret di Zeffirelli c'è una scena che collega la chiamata di Levi con la parabola del Figliol Prodigo e che mi sembra possa spiegare bene la contrapposizione tra le due posizioni:

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